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Pandemia e crisi economica, diritto alla salute e diritto al lavoro.

Dalla parte di chi difende i diritti umani rischiando la vita per promuovere gli ideali di una società giusta e civile

Pandemia e crisi economica, diritto alla salute e diritto al lavoro.

Oggi siamo difronte ad una situazione senza precedenti e da più voci si alzano grida che sostengono “in situazioni di emergenza ci vogliono comportamenti di emergenza”. E purtroppo questo spesso è vero.

L’avanzata del COVID-19 in Italia sta avendo un effetto dirompente, con effetti simili a quelli noti in zone di guerra. Ospedali oberati e sistema sanitario al limite della tenuta, frizioni ed incomprensioni tra organi ed apparati istituzionali concorrenti che generano ancor più confusione nell’opinione pubblica.

Scuole ed eventi pubblici chiusi. Vita sociale sospesa.

Nel DPCM 8 Marzo 2020, tra le misure sono inclusi tra l’altro::

• il divieto di allontanamento e quello di accesso al Comune o all’area interessata;
• a sospensione di manifestazioni, eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato;
• la sospensione dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole e dei viaggi di istruzione;
• la sospensione dell’apertura al pubblico dei musei;
• la sospensione delle procedure concorsuali e delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità;
• l’applicazione della quarantena con sorveglianza attiva a chi ha avuto contatti stretti con persone affette dal virus e la previsione dell’obbligo per chi fatto ingresso in Italia da zone a rischio epidemiologico di comunicarlo al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente, per l’adozione della misura di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva;
• la sospensione dell’attività lavorativa per alcune tipologie di impresa e la chiusura di alcune tipologie di attività commerciale;
• la possibilità che l’accesso ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità sia condizionato all’utilizzo di dispositivi di protezione individuale;
• la limitazione all’accesso o la sospensione dei servizi del trasporto di merci e di persone, salvo specifiche deroghe.


Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il mancato rispetto degli obblighi di cui al presente decreto è punito ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, come previsto dall’art. 3, comma 4, del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6.

Ciò significa che, in virtù all’art. 650 c.p.:

“Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a due centosei euro”.

Salvo il caso di più gravi reati, che potrebbero identificarsi in:

• Resistenza a un pubblico ufficiale (art. 337 c.p.), per chi, nel fuggire dalle zone “arginate” dalle forze dell’ordine, resista alle stesse;
• Delitti colposi contro la salute pubblica (452 c.p.), che va a punire chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 438 e 439, attraverso la pena della reclusione, graduata secondo le tre distinte ipotesi ivi contemplate.

Eppure, in questa continua pressione istituzionale e mediatica indirizzata al contenimento di ogni “spostamento non necessario” ad alcuni viene chiesto di rispettare scrupolosamente le indicazioni dettate per la salvaguardia collettiva della salute ed ad altri invece viene richiesto di andare a lavorare. Esistono, infatti, talune attività che non possono chiudere, perché da esse dipendono le sorti dell’Italia intera. La filiera agroalimentare e la filiera sanitaria in particolare, ma anche l’industria più in generale, per medesime ragioni di opportunità pubblica sono così chiamate ad uno sforzo collettivo e “patriottico” per portare l’Italia fuori da questa crisi epidemiologica e per scongiurare una crisi economico-finanziaria che avrebbe effetti ancor più imprevisti e duraturi.

Ma siamo sicuri che sia giusto scaricare tale responsabilità sulle spalle di semplici lavoratori?

Lavoro e salute, ci risiamo, poi chi paga il conto?

In una situazione di rischio come questa la LIDU è dalla parte dei lavoratori ed invita tutti i datori di lavoro a sacrificare ogni ragionamento economico a favore della tutela dei lavoratori. Le attuali disposizioni normative non illustrano a sufficienza infatti il rischio di responsabilità cui essi vanno incontro, ricordando a tutti gli attori in campo che come recita il D. Lgs 81/08  “il datore di lavoro ha l’obbligo di salvaguardare l’integrità psicofisica dei lavoratori eliminando o cercando di ridurre al massimo i rischi che possono procurare dei danni a questi soggetti.” La dichiarazione di pandemia da parte dell’OMS e le disposizioni contenitive adottate dal Governo Nazionale, il rischio di contrarre il COVID-19 andando nei luoghi di lavoro diviene un rischio certo ed inopinabile che non esclude la responsabilità del datore di lavoro, ma che nella fattispecie la individua direttamente (si veda ad es. art. 268 d.lgd. 81/08).

Di seguito l’audio di un’intervista effettuata stamane dalla Responsabile Regionale della LIDU Giuliana Fainella ad uno degli oprai della AST ThyssenKrupp di Terni dove è oggi è stato annunciato sciopero.

(l’intervistato è voluto rimanere anonimo per preservare il proprio posto di lavoro)

Ma cosa sono le regole? Ed è più importante il lavoro o la salute?

Le regole non servono per limitare o ridurre le potenzialità dell’essere, ma servono a rendere ordinata una natura che di per sé appare caotica.  Una regola, in effetti, non è altro che la descrizione di una meta-situazione di normalità cui si deve fare riferimento proprio quando gli eventi divergono da essa. Le regole devono servire a semplificare e migliorare la normalità. Ed è qui che, oggi in Italia, si sta innestando il corto circuito, perché da un lato viene “intimato” alla popolazione di osservare regole che limitano e comprimono in maniera assoluta le libertà individuali di spostamento, per il bene individuale e del prossimo, generando una situazione di “anomalia” sociale, mentre, dall’altro si chiede ai lavoratori di procedere “normalmente”, per non mettere a rischio le economia nazionale. Ma queste due richieste sono difficilmente conciliabili sia dal punto di vista pratico organizzativo, che da quello legislativo. 

Se, infatti, è vero che il Diritto al Lavoro ed il Diritto alla Salute, sono entrambe diritti costituzionalmente garantiti, in virtù del DPCM 8 marzo 2020 e della dichiarazione dell’OMS di pandemia globale del 11 marzo 2020, si sono venuti a costituire i presupposti per cui è stata ufficialmente definita una situazione di rischio alla salute prevalente, che può essere conciliato con il diritto a non perdere il lavoro, costituzionalmente garantito, non attraverso la coercizione al lavoro del dipendente, ma attraverso la salvaguardia statale dei contratti di lavoro in essere. Non creando lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. E neanche lasciando ai datori di lavoro la responsabilità della salute dei propri dipendenti nei termini come oggi si sta verificando.

Come, infatti ben illustrato in I DIRITTI FONDAMENTALI NELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE, Relazione predisposta in occasione dell’incontro della delegazione della Corte costituzionale con il Tribunale costituzionale della Repubblica di Polonia, Varsavia, 30-31 marzo 2006):

“[…] I principi fondamentali della Costituzione, descritti negli articoli (1-12) e nella Parte prima relativa ai “Diritti e doveri dei cittadini”, caratterizzano, strutturandolo in profondità, l‟ordinamento costituzionale: questo verrebbe letteralmente meno – trasformandosi in un ordinamento diverso – nel caso in cui detti principi non fossero osservati e fatti oggetto di specifica tutela. I valori elencati assumono in tal modo una valenza giuridica di tale “essenzialità”, da poter affermare che la stessa organizzazione dei pubblici poteri sia prevalentemente funzionale al loro svolgimento ed alla loro attuazione.“  In particolare, “[l]‟articolo 2 della Costituzione sancisce il fondamentale principio secondo cui la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell‟uomo, ed eleva “a regola fondamentale dello Stato, per tutto quanto attiene ai rapporti tra la collettività e i singoli, il riconoscimento di quei diritti che formano il patrimonio irretrattabile della persona umana [e che…] appartengono all‟uomo inteso come essere libero» (cfr. sent. n. 11 del 1956): diritti che, stante il loro “carattere fondante rispetto al sistema democratico voluto dal costituente” (sent. n. 366 del 1991), non possono “essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali” (sent. n. 1146 del 1988), perché “appartengono all‟essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.[…] In particolare, dal combinato disposto dell‟art. 2 e dell‟art. 32, in materia di tutela della salute, la Corte ha esteso la qualifica della inviolabilità alla integrità personale, stabilendo che “la particolare configurazione e garanzia di tale diritto impongono al legislatore di prevedere misure idonee ad assicurarne il più ampio ristoro” (sent. n. 319 del 1989). Interessante appare sul punto la sent. n. 132 del 1985, che ha incluso fra i diritti inviolabili anche il diritto al risarcimento del danno alla persona: “dove […] il sinistro investe l‟incolumità e la stessa conservazione dell‟integrità fisica della persona, […] non si tratta di dischiudere la sfera dell‟art. 2 Cost. a situazioni soggettive che il testo fondamentale manca di prevedere”, ma si prospetta “la lesione di valori, oggetto di autonoma e specifica tutela costituzionale, che la statuizione invocata richiama, quando contempla la categoria dei diritti inviolabili […]. Il diritto al risarcimento viene in rilievo, per l‟appunto, in quanto il danno incide sulla salvezza del bene supremo della vita e si riflette sul rapporto […] fra la vittima del sinistro ed i prossimi congiunti”, rapporto che “tocca, poi, per più versi, nel disegno della Costituzione, la tutela di cui gode la persona” (sent. n. 132 del 1985). […] La Corte ritiene che l‟oggetto della tutela, garantito dalla norma costituzionale, non è identificabile nella semplice integrità fisica, né nella sola assenza di malattie, ma nella complessiva situazione di integrità psico-fisica. Di conseguenza, la Corte, nell‟affermare che il “principio costituzionale della integrale e non limitabile tutela risarcitoria del diritto alla salute riguarda prioritariamente e indefettibilmente il danno biologico in sé considerato”, ha ribadito che quest‟ultimo “va riferito alla integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica sé stessa nella propria vita: non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva e ad ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità, e cioè a tutte “le attività realizzatrici della persona umana”“ (sentenze n. 356 e n. 485 del 1991). La tutela della salute comprende anche la pretesa dell‟individuo a condizioni di vita, di ambiente e di lavoro che non pongano a rischio questo suo bene essenziale (sentenza n. 218 della 1994).

In altri termini, la responsabilità dell’economia nazionale è prima dello Stato, la responsabilità della salute individuale è prima dell’individuo.

Ognuno deve fare la propria parte: il lavoro è un mezzo, la salute e la sopravvivenza sono l’unico fine. Gli individui devono tutelarsi. I cittadini devono rispettare le leggi. Lo Stato deve fare lo Stato, ovvero tutelare se stesso per tutelare i propri cittadini, come individui.

Michele Marzulli (Presidente Nazionale LIDU)
Giuliana Fainella (Responsabile LIDU Regione UMBRIA)
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