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Le rivolte carcerarie in Italia

Dalla parte di chi difende i diritti umani rischiando la vita per promuovere gli ideali di una società giusta e civile

Le rivolte carcerarie in Italia

Le emergenze che coinvolgono un’intera società interessandone ogni anfratto, inevitabilmente mettono a nudo guasti e contraddizioni che, in condizioni normali, ci si prende il lusso di ignorare.

E così, dopo decenni in cui le condizioni del nostro sistema carcerario sono state ignorate pressoché da tutti (salvo i soliti Radicali “voces clamantium in deserto”), l’allarme coronavirus ha portato a galla, in maniera deflagrante, la situazione inumana in cui sono costretti i sessantamila detenuti che affollano le patrie galere. 

In una sola giornata si è registrata un’impressionante sequenza di rivolte in diversi istituti di pena. 

Nel caso di Modena con addirittura sei morti. In quello di Foggia con l’evasione di massa di oltre settanta detenuti seguita alla presa di possesso e la devastazione della struttura.

Nel “panopticon” più celebre d’Italia, San Vittore, i carcerati, dopo avere appiccato il fuoco a un settore, sono saliti sui tetti per riscenderne solo dopo una lunga trattativa condotta, dal cestello di una gru dei pompieri, da un Pubblico Ministero di lungo corso.

A Poggioreale le violenze più impressionanti. Addirittura un tentativo di folgorare gli agenti di polizia penitenziaria allagando un intero reparto e buttando a terra dei cavi elettrici divelti.

Un caso evidente in cui, come sempre accade nelle rivolte spontanee, sono andati a innestarsi istinti criminali belluini e nichilistici. 

Sta di fatto che, pur nella doverosa condanna delle violenze, soltanto chi non conosce la realtà carceraria (ovvero la stragrande maggioranza dei cittadini) può non riconoscere le ragioni per cui, in tutti i telegiornali, siano riapparse immagini che, in Italia, non si vedevano dagli anni 70 e che, invece, ci riportano a situazioni di tipo brasiliano, dove queste rivolte sono cicliche e, puntualmente, si risolvono in autentici bagni di sangue. 

La scintilla è stato il provvedimento di sospensione dei colloqui con i familiari, calato dall’alto, dalla sera alla mattina, da un Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria che non ha minimamente avvertito la necessità di precederlo da un’attività informativa rivolta ai destinatari. E sarebbe bastato, per esempio, anticiparlo coinvolgendo Radio Radicale che, com’è noto a tutti gli operatori che hanno a che fare con il carcere, viene ascoltata, in tutti gli istituti italiani, come se fosse un oracolo, non foss’altro perché è l’unica voce (e dicasi l’unica) che si occupa di loro. 

Alla sciatta brutalità con cui è stato assunto il provvedimento è andata, poi, sommarsi la beffarda contromisura adottata per mitigarlo; una telefonata in più alla settimana. E della durata massima di dieci minuti. Dieci minuti. Un’autentica (e crudele) presa in giro. 

Se in una situazione già di per se esplosiva (perché un sovraffollamento del 120% è già un qualcosa di prossimo all’esplosione) e resa ancor più lacerante dal timore di un “male oscuro” che, serpeggiando all’esterno, ben potrebbe insinuarsi tra quelle mura, si voleva gettare una miccia accesa, ecco era difficile trovarne una con una maggiore efficacia deflagrante. 

Ma, al netto del virus, come si è arrivati ad avere un sistema carcerario il cui degrado è totalmente fuori controllo e che, salvo rarissime eccezioni, si articola in un’allucinante panoplia di gironi infernali che superano qualsiasi immaginazione? Come si è potuto consentirlo? E cosa si può (ancora fare) per evitare che collassi alle prese con un insidia emergenziale che, in questi giorni, mette a rischio la tenuta di tutto il paese e non solo le sue piaghe aperte?

Dopo la stagione riformista degli anni 80, che aveva realmente modificato nel profondo il sistema penitenziario, tutti i governi che si sono susseguiti non hanno dato prova di particolare attenzione al tema. 

Ma anzi. Per di più, a partire dal 1992, com’è noto, il paese viene investito da quella che si suol definire ondata giustizialista. Non è questa la sede per analizzarne le dinamiche politico-mediatiche che la gonfiarono accompagnandone, poi, un flusso che è andato a ricoprire tutta la cultura giuridica preesistente determinando un’impressionante regressione culturale di tutto il paese sul tema dell’amministrazione della giustizia.

Sta di fatto che, da allora sino ad oggi, la facoltà punitiva dello Stato assume un ruolo centrale e, per molti versi, totalizzante che l’Italia repubblicana non aveva mai conosciuto prima. 

La legislazione penale diventa lo strumento principale, se non unico, per orientare le condotte. 

Ad ogni fenomeno che desta allarmi più o meno alimentati ad arte dalla grancassa mediatica (in un paese in cui i crimini sono in costante calo da decenni), si risponde introducendo nuove figure di reato e inasprendo sistematicamente le pene per quelle già esistenti. 

La procedura penale, che dovrebbe garantire i diritti del cittadino-imputato di fronte al moloch statuale, viene interpretata come mero prontuario per giungere, per l’appunto alla punizione del reo, con una sostanziale inversione del principio costituzionale di non colpevolezza (e il recente dibattito sull’abrogazione della prescrizione ne è una prova icastica: non importa che lo Stato ci metta dieci, venti, trenta anni per processarti ciò che conta è che, alla fine, ti punisca).

Nel dibattito politico diventano merce comune espressioni come “certezza della pena” (che significa certezza della segregazione carceraria, intesa come unica punizione esperibile) o, ancora, “marcire in cella” come giusta retribuzione della malefatta perpetrata.

Fino a giungere, nei tempi più recenti, alla vera e propria teorizzazione di un percorso espiativo che si esplichi, in via generale, attraverso attività strettamente inframurarie (che, peraltro, non esistono nella più parte dei casi) e la speculare demonizzazione delle misure alternative al carcere (e, qui, non siamo molto lontani dal sinistro sarcasmo del famigerato ”arbeit macht frei”). 

Aggiungiamo, infine, la scelta sciagurata, risalente ormai a trentuno anni or sono, di rendere sostanzialmente impercorribili le vie deflattive di amnistia e indulto attraverso l’introduzione di una maggioranza qualificata dei 2/3 per la relativa approvazione e il quadro è completo. 

E in un quadro in cui lo Stato viene visto (e da molti invocato) come il “grande punitore”, i magistrati dell’accusa come gli indiscutibili paladini del bene, l’imputato come presunto colpevole, il detenuto come un “captivus” che deve marcire nelle segrete, amnistia e indulto come inaccettabili (se non, addirittura, inconcepibili) strumenti di impunità, cosa mai potevano diventare le patrie galere (che non erano un luogo idilliaco nemmeno negli 80) se non dei gironi danteschi, opportunamente marcescenti per la giusta dannazione dei rei? 

Gironi, peraltro, di cui non si può parlare. Che nessuno vede. Nemmeno chi è preposto ad inviarci i malcapitati, considerata la disarmante confessione di un ex Giudice per le Indagini Preliminari che, dopo aver effettuato un sopralluogo in un carcere per la prima volta dopo vent’anni di servizio, con stupito candore è giunto ad affermare “se avessi saputo come si vive in detenzione ci avrei pensato due volte prima di irrogare pene reclusive”. 

Poi, all’improvviso, arriva un virus sconosciuto e micidiale, che potrebbe aggredire la popolazione carceraria con esiti potenzialmente catastrofici considerata la totale ingestibilità di una siffatta situazione all’interno di strutture in cui non funziona nulla e non c’è spazio per fare nulla, per costringere tutti ad aprire gli occhi su una realtà che, per decenni, non si è voluta vedere.

E siamo arrivati al “che fare”.

L’auspicio, per il dopo emergenza, è che l’emersione traumatica del problema induca a una profonda revisione della cultura ultrapunitivista che ha condotto al disastro attuale e al rilancio di una stagione razionalmente riformista.

Ma il qui ed ora? 

Per la LIDU è di fondamentale e ineludibile importanza che si giunga, in tempi brevissimi, a provvedimenti che consentano una drastica riduzione della popolazione carceraria: non esiste altro strumento idoneo.

Per la LIDU parlare di amnistia e indulto non deve essere un tabù; prima del 1989 i due istituti venivano utilizzati con cadenza pressoché quinquennale proprio per deflazionare sia la popolazione carceraria che i processi pendenti (e senza che si fosse al cospetto né di emergenze come l’attuale né di un sovraffollamento che, a prescindere dal virus, ha raggiunto la cifra record del 120%), pur nella consapevolezza degli ostacoli politici che, già, vengono frapposti, LIDU fa appello a tutte le forze parlamentari perché affrontino il tema con la massima celerità e al di fuori di ogni propagandismo.

Per la LIDU tutti i detenuti per reati non violenti con un residuo pena inferiore ai tre anni vanno, in ogni caso, immediatamente collocati in detenzione domiciliare.

Sono giorni ed ore drammatiche. I detenuti non possono essere considerati alla stregua di topi in segregazione da ricacciare nelle loro anguste e luride tane; la loro salute, la loro vita, la loro dignità non valgono meno di quelle di chi sta fuori. Si diano risposte. Prima che sia troppo tardi. 

Stefano Pillitteri (Responsabile Giustizia LIDU)
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