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No-profits in Italia: nuove linee guida per finanziare il futuro

Dalla parte di chi difende i diritti umani rischiando la vita per promuovere gli ideali di una società giusta e civile

No-profits in Italia: nuove linee guida per finanziare il futuro

Il mondo moderno è caratterizzato da profonde e repentine trasformazioni. Le società contemporanee, liquide e senza più punti di riferimento, stanno affrontando un momento di seria criticità.

Cambiano i modelli sociali, così come cambiano i modelli di partecipazione attiva alla vita sociale. La complessità del mondo moderno spaventa e porta gli individui sempre più a chiudersi in se stessi, alla ricerca di una via personale alla risoluzione dei propri problemi. L’umanità ha da vanti a sé sfide complesse e intersettoriali e la percezione prospettica del futuro è caratterizzata da tante possibilità e tanta confusione: se da un lato, infatti, sta aumentando certamente la disponibilità di conoscenze e know-how, con il conseguente sviluppo di nuove visioni ed ideologie sociali, dall’altro, si assiste (e, probabilmente, si assisterà sempre di più) ad una loro sempre più veloce obsolescenza.

Una trasformazione culturale è dunque necessaria e ciò impone l’esigenza di elaborare nuovi strumenti organizzativi, o di adeguare e ricontestualizzare quelli vecchi, per liberare tutto il potenziale innovativo che ogni trasformazione sociale rendere possibile. 

Il mondo delle impese corre sempre più velocemente e gli effetti di questa trasformazione sono sempre più visibili, mentre il settore no-profits rimane ancora ancorato ad una vecchia visione delle cose, organizzato e con strumenti non più in grado di affrontare le sfide dell’era che ci attende. Anche le attuali più avanzate forme di progettazione partecipata, le cosiddette human rights based approach, iniziano a mostrare  tutti i propri limiti, poiché un approccio basato sul mero ampliamento delle possibilità di esercizio dei diritti umani anziché sui bisogni emergenti dalle nuove situazioni socio-economiche, appare infatti estremamente riduttivo.

È necessaria una vera e propria trasformazione dei modelli di finanziamento e  di investimento, di nuove policy e modalità di organizzazione e controllo pubblico, diverse dall’attuale modello di bandi: è infatti sempre più necessario spostare l’attenzione dagli inputs (e dal controllo su essi) all’output, o meglio, all’outcomes. Bisognerebbe riprendere a selezionare gli enti del terzo settore su cui investire,  attraverso policy di scouting, dialogo costante, accreditamento e costruzione di relazioni di fiducia basate sulla condivisione della missione e meccanismi di comparazione degli obiettivi strategici:

Costruire partnership strategiche su missioni, che scardinino la relazione erogatore- beneficiario di progetto, verso un modello in cui il partner finanziatore e il partner implentatore stanno in una relazione di partnership strategica e non di dipendenza top-down. Per queste finalità è sicuramente uno strumento interessante da valutare la theory of change a patto che rimanga uno degli strumenti nel toolbox e non faccia la fine del quadro logico divenendo un nuovo feticcio totalizzante da utilizzare in modo onnicomprensivo. [Carola Carrozzone, segretario generale di Assifero (Associazione italiana delle fondazioni ed enti della filantropia istituzionale). Tratto da Vita.it]

Bisogna accuratamente selezionare le organizzazioni del terzo settore ed investire sulle loro missioni, sui loro obiettivi strategici, espandendo e, contemporaneamente, focalizzando le loro competenze e capacità.

Finanziare una maggiore percentuale di costi generali operativi quando si finanziano progetti non basta. Le organizzazioni del terzo settore hanno bisogno di un supporto generale operativo che sia solido, prevedibile e sostenibile, che dia loro fiducia per cogliere nuove opportunità e creare maggiore impatto e rafforzi le loro capacità come attori di cambiamento incentivati a collaborare con altre organizzazioni del terzo settore e altri partner diversi. I finanziamenti di cui le organizzazioni del terzo settore hanno bisogno vitale sono di lungo periodo, flessibili, non solo donazioni monetarie a fondo perduto, ma un portfolio di donazioni monetarie e non, come relazioni, connessioni e altri tipi di supporto (per esempio uso di spazi, prestiti, garanzie per l’ottenimento di prestiti).

Abbiamo bisogno che gli enti pubblici e le fondazioni filantropiche italiane acquisiscano questo nuovo  tipo di approccio di investimento per il futuro: riconoscere nelle organizzazioni no-profits territoriali dei veri partner strategici e non dei semplici ricettori di finanziamento, cambiando le dinamiche di rapporto tra enti erogatore e beneficiario, per passare dell’attuale sistema incentrato sui bandi e controllo degli input, ad una visone improntata alla richiesta di outcomes, in modo da indurre (anche forzatamente) una maggior partecipazione attiva finalizzata ad un empowerment, che permetta agli enti del terzo settore ed ai loro partners di affrontare realmente e tempestivamente i cambiamento sociali.

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