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Il carcere e la fabbrica del male

Dalla parte di chi difende i diritti umani rischiando la vita per promuovere gli ideali di una società giusta e civile

Il carcere e la fabbrica del male

 

Abbiamo esaminato la situazione dell’ordine pubblico, l’Italia è in una condizione tranquilla: nei primi sette mesi del 2017 il quadro è quello di un Paese accogliente, con livelli buoni di sicurezza. Ci sono tutte le condizioni per proseguire nell’approccio positivo avuto fino ad oggi.

E’ iniziata con questo messaggio la scorsa conferenza stampa del ministro dell’Interno Marco Minniti, svolta al Viminale dopo il tradizionale Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Ferragosto. Come dichiarato dal Ministro,

nel 2017 i delitti sono diminuiti del 12%, gli omicidi del 15% ed in flessione sono anche rapine e furti. La recidiva, ossia il ritorno in carcere di persone già condannate in precedenza, si attesta attorno al 70. Ma queste sono statistiche e noi dobbiamo fare di più perché il nostro compito è avvicinare questi numeri al sentimento dell’opinione pubblica, perché le politiche di sicurezza si misurano soprattutto con il sentimento percepito dai cittadini.

Il ministro parla dunque di percezione in modo consapevole nel citare le statistiche.

Calano i reati, aumenta la percezione di insicurezza. Il sistema carcerario è al collasso e più di un terzo della sua popolazione è dentro per reati connessi alla migrazione. Almeno la metà legato a dinamiche di povertà. Molti per reati connessi alla droga. La situazione delle recidive è stabile sempre intorno al settanta percento e questo sta a significare il totale fallimento delle politiche punitive basate sulla reclusione e non sul reinserimento sociale. La vita del carcere è desocializzante, è spersonalizzante, alienate e psicotraumatica. Non solo per i carcerati, ama anche per i carcerieri, dipendenti dello Stato che operano spesso con organico ridotto ed ore di servizio raddoppiate senza uno stipendio minimamente decorso, se paragonato allo sforzo richiesto. Personale non formato alla tenuta psichica ed alla riabilitazione e rieducazione, ma semplicemente usato come accessorio contenitivo al pari delle gabbie, porte e telecamere di sorveglianza. Una risorsa deumanizzata a strumento di contenimento. Nessun rispetto della dignità umana alberga nelle carceri, nessun rispetto per i carcerati, che pur se rei rimangono esseri umani puniti in virtù di violazioni alle leggi di civiltà umane. Nessun rispetto per le guardie penitenziarie, mai in condizione di operare nel rispetto delle leggi dello Stato, mai in condizioni di veder esaltata una qualche loro professionalità.

Un modello nato con una ragione funzionale per il sistema dell’ordine pubblico, che oggi appare un sistema disfunzionale al modello stesso di ordine pubblico.

In accordo con quanto ben scritto con Ndack Mbaye della testata The Vision:

A questo punto diventa necessario comprendere il valore del concetto di pena all’interno della cultura occidentale. Per abbozzarne una prima definizione non serve partire da complicati costrutti filosofici o giuridici: il concetto di pena accompagna in un legame indissolubile quello di punizione per una colpa – e quindi di espiazione dei propri errori – e viene insegnato già in tenera età, secondo un sistema di valori generalmente condiviso. I concetti di castigo e di sanzione da sempre sono conseguenza di un comportamento scorretto e la loro esistenza appare scontata – sembra impossibile l’idea di lasciare impunita la trasgressione a una regola. Anche se oggi tale consequenzialità appare naturale, quello del fondamento della pena è storicamente uno dei problemi più dibattuti, tanto che ancora oggi non si è giunti a un orientamento unanime.

La punizione conseguente alla commissione di un atto contrario a un qualche ordine costituito è sempre stata presente nella storia dell’uomo, ma le modalità di risposta a tale trasgressione si sono modificate nei secoli, insieme agli obiettivi che ci si proponeva di raggiungere mediante il castigo. Se oggi, quando si parla di pena, si pensa quasi immediatamente all’istituzione del carcere, affermatosi come forma essenziale del castigo solo a cavallo del XVIII e XIX secolo, è a causa dunque di un lungo percorso che ha visto il susseguirsi di diversi mezzi punitivi emersi, e poi scomparsi, per determinati motivi storici, sociali, economici e politici.

Fra tante modifiche quella più significativa è certamente il venir meno del supplizio: la pena corporale che comportava grandi sofferenze fisiche lascia il passo a un’arte di far soffrire meno rumorosa e spogliata dei suoi aspetti più “spettacolari”.

Ricordando, infatti, che le statistiche ministeriali parlano di un 70% di recidiva, è evidente come la pena della carcerazione, soprattutto in condizioni non dignitose né rieducative nella socializzazione, non rappresenta una soluzione del problema dei reati, ma al limite aumenta la spersonalizzazione del carcerato aumentando la predisposizione ad una asocialità che porta alla recidiva. Anche in materia di terrorismo (o percezione dello stesso), come sostenuto sempre dal Ministro dell’Interno italiano Minniti, insieme al Presidente del Consiglio Gentiloni,

i percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web, più che in altri luoghi che abbiamo magari molto seguito negli scorsi anni o decenni. Non c’è un idealtipo uguale per ciascuno dei soggetti che si radicalizzano, sono situazioni molto diverse. Ma bisogna lavorare sulle carceri e sul web per la prevenzione.

Al fine di utilizzare tale indirizzo politico, la Commissione europea ha adottato già il 14 giugno 2016 una comunicazione finalizzata a sostenere la prevenzione della radicalizzazione che porta all’estremismo violento, in cui evidenzia l’importanza di spezzare il ciclo vizioso della radicalizzazione nelle carceri. Sulla complessiva popolazione carceraria, pari a 55.381 detenuti (dato del 29 febbraio 2017), 18.825 sono i detenuti stranieri, pari dunque al 34 per cento. Molti per reati minori. Troppi proprio perché stranieri non regolari.

Inoltre, in 17 anni quasi mille detenuti si sono tolti la vita dietro le sbarre, oltre circa altre 1800 morti non naturali.

Detenuti morti dal 2002 al 2018: per cognome, età, data e luogo del decesso

Anni Suicidi Totale morti
2018 10 30
2017 52 123
2016 45 115
2015 43 123
2014 44 132
2013 49 153
2012 60 154
2011 66 186
2010 66 185
2009 72 177
2008 46 142
2007 45 123
2006 50 134
2005 57 172
2004 52 156
2003 56 157
2002 52 160
2001 69 177
2000 61 165
Totale 995 2.764

*Aggiornamento al 9 aprile 2018

È un tema che porta pochi voti, e che difficilmente entra nei temi tipici della campagna elettorale, ma la situazione delle carceri è sempre più difficile.

Secondo i dati di Antigone,

da Nord a Sud le strutture carcerarie sono sempre più inadeguate e affollate. A fine novembre in tutto il Paese si contavano oltre 58mila detenuti, rinchiusi all’interno di istituti che potrebbero ospitarne solo 50.241. Un tasso di affollamento del 115,1 per cento. È un fenomeno in crescita, solo un anno prima i reclusi erano 4mila in meno. Ma soprattutto è una realtà che in alcune situazioni diventa insostenibile.

Come dice Papa Francesco,

La banalità del male ostinatamente rifiuta e nega i più elementari diritti umani. Certamente a questa pena illegale il più delle volte anticipata, si aggiunge l’altra pena dei trattamenti inumani e degradanti, tra questi sicuramente la mancata assistenza sanitaria, quel diritto alla salute tutelato dalla Costituzione e dalla legge, il più delle volte negligentemente o dolosamente negato nelle carceri. In Italia non c’è la pena di morte? Certo che no! Ma nelle infami carceri italiane però c’è la pena fino alla morte. A strage di diritto segue ancora strage di popoli.

L’abuso di psicofarmaci in carcere, infatti, come evidenziato anche da un’inchiesta dell’Espresso, è un problema che sta sfuggendo al controllo dei operatori giudiziari e dei medici che prestano servizio negli istituti di pena.

Il Corpo di polizia penitenziaria, sottodimensionato di oltre tremila unità e costretto a turnazioni di lavoro massacranti e straordinari non sempre retribuiti, detiene il primato del più alto tasso di suicidi tra tutte le compagini delle forze dell’ordine. 

Mancano gli psicologi, così nelle carceri italiane il 50 per cento dei detenuti ne abusa. Con conseguenze spesso tragiche: dall’alterazione mentale al suicidio. Secondo recenti stime delle associazioni a tutela dei detenuti, quasi il 50% dei detenuti fa uso di psicofarmaci o potenti sedativi che inibiscono il normale funzionamento psichico. Sono farmaci che provocano sbalzi di umore difficili da gestire, soprattutto nelle persone che hanno un passato di tossicodipendenza. Senza contare il fatto che le benzodiazepine – i sedativi più comunemente usati anche da detenuti perfettamente sani e non affetti da patologie mentali – provocano astinenza già dopo 15 giorni di assunzione. Gli psicofarmaci diventano infatti l’unica “anestesia” a disposizione dei prigionieri per riuscire a sopportare condizioni disumane e carcerazioni preventive. E così lo spaccio di medicinali nelle celle e l’uso smodato di sedativi continuano a moltiplicarsi. Con conseguenze spesso tragiche, come dimostrano i dati delle statistiche.

Una riflessione seria sul nostro sistema carcerario è un obiettivo che deve unire il mondo laico e quello religioso, la politica di destra e di sinistra.

 

 

 

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