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Diritto alla Salute: Disposizione Anticipata di Trattamento e Trattamento Sanitario Obbligatorio

Dalla parte di chi difende i diritti umani rischiando la vita per promuovere gli ideali di una società giusta e civile

Diritto alla Salute: Disposizione Anticipata di Trattamento e Trattamento Sanitario Obbligatorio

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’ individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana [Art. 2 Cost.].

Cosa si intende per diritto alla salute?

Il diritto alla salute, come diritto assoluto a poter scegliere come prendersi cura della salute deve essere bilanciata con la libertà personale dell’individuo, con la sua capacità di autodeterminarsi e salvaguardare la propria integrità fisica e psichica. (articolo 13 Costituzione)

La Corte Costituzionale italiana, con la sent. n. 471, già dal 1990 ha, riconosciuto espressamente che la libertà di poter scegliere come prendersi cura della propria salute comprende anche la libertà di ciascuno di disporre del proprio corpo, creando una stretta connessione tra il diritto alla salute e quello alla libertà d’autodeterminazione. La Costituzione italiana, in effetti, prevede all’art. 13 una tutela individuale della salute che è centrale nell’impianto costituzionale, contigua e strettamente connessa al diritto alla vita ed all’integrità fisica, definita come diritto inviolabile, rientrante tra i valori supremi dell’individuo. Del resto nella Costituzione, la persona è posta come centro di interessi e di valori intorno al quale si coaugula il sistema delle garanzie personali.

La legge tutela dunque il diritto di ogni persona alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge. 

L’Individuo è il reale nucleo centrale del diritto, inteso come soggetto autonomo che deve poter decidere per sé senza che figure esterne, per così dire terze, possano intaccare questa autonomia sanitaria individuale. La libertà di salute è la pretesa a che tutti si astengano dal limitare o condizionare la propria condizione psicofisica individuale, attuale e nel suo divenire, senza frapposizione di ostacoli nelle scelte che riguardano il se e il come godere della propria salute. E giacché la tutela apprestata dall’ordinamento si estende anche all’inerzia del titolare della libertà.

Il godimento della libertà alla salute potrà avvenire anche in forma negativa.

il soggetto potrà astenersi sicuramente dal porre in essere comportamenti attivi tesi alla prevenzione e alla conservazione del proprio stato di salute, potendolo senza alcun dubbio mettere anche a repentaglio, laddove lo ritenga opportuno e la legge nulla disponga a questo proposito (per approfondire si veda di, D. MORANA, La salute nella costituzione italiana, profili sistematici, Milano, 2002).

Cos’è la DAT (Disposizione Anticipata di Trattamento)?

Ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di «una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi», può, attraverso una DAT (Disposizione Anticipata di Trattamento) «esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali».

La disposizione anticipata di trattamento, chiamata anche “testamento biologico” è l’espressione della volontà di una persona sulle terapie sanitarie che intende o non intende ricevere nel caso non sia più in grado di prendere decisioni o non le possa esprimere chiaramente, per una sopravvenuta incapacità.

La decisione di redigere una D.A.T. è assolutamente libera e volontaria.

Le D.A.T. devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’Ufficio dello Stato Civile del comune di residenza del disponente medesimo, oppure presso le strutture sanitarie.  L’atto può indicare una persona di fiducia, denominata fiduciario, che (nel caso in cui sopravvenga l’incapacità di cui sopra) «faccia le veci del soggetto e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie».

Le Dat, sempre revocabili, risultano inoltre vincolanti per il medico, che e «in conseguenza di ciò è esente da responsabilità civile o penale».

Il consenso informato del minore è espresso o rifiutato «dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore», tenendo conto della volontà della persona minore, «in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del medesimo, nel pieno rispetto della sua dignità». Anche per gli adulti le Dat possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora «esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero qualora sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita».

Consenso informato

Nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. Il paziente capace di agire «ha il diritto di rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso, nonché il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche qualora la revoca comporti l’interruzione del trattamento».

Il principio del consenso informato:

implica il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informato in modo completo, aggiornato e comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci ed ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi.

L’ operatore sanitario ha, dunque, l’obbligo d’informare in maniera esauriente il paziente sulla sua situazione e i mezzi tramite i quali si tenterà di migliorarla, questo obbligo va adeguato all’età e all’istruzione del paziente al fine di renderlo consapevole di ciò che sta per affrontare e delle sue conseguenze. Se il paziente, dopo aver appreso dettagliatamente la propria situazione deciderà di revocare il consenso, il medico sarà costretto a rispettare la sua volontà potendo soltanto invitarlo a riesaminare la situazione.

Neppure un giudice potrà intervenire imponendo al medico di agire in modo diverso dalle decisioni prese dall’ammalato.

 

Cos’è un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio)?

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è un provvedimento del sindaco del comune ove avviene, non dei sanitari. Il sindaco agisce in seguito alla presa visione di due certificati redatti da due medici diversi che abbiano visitato il paziente.

In seguito al ricovero coatto del paziente, i medici del reparto chiamato S.P.D.C. (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) devono notificare al giudice tutelare il provvedimento e quest’ultimo ha il compito di controllare che l’ordinanza sia stata eseguita secondo le regole e nella tutela del paziente. I

l T.S.O. ha la durata di 7 giorni, in seguito ai quali può essere sciolto o rinnovato a seconda dello stato clinico del paziente e delle sue capacità di critica.

I Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero essere dei reparti di terapia intensiva, collocati all’interno degli ospedali generali in quanto l’obiettivo della legge anti-manicomiale era quello di ridare al paziente affetto da malattia psichiatrica la dignità di malato, non di isolare la persona per tenere lontana dal contesto comune. In questo senso, il T.S.O. psichiatrico è sempre stato uno dei pochissimi casi in cui si deroga, con troppa superficialità, all’articolo 32 della Costituzione (l’altro caso, che ha ragioni sociali ben più solide, è rappresentato dal trattamento sanitario obbligatorio dovuto a cause di igiene pubblica, ovvero gli individui che si ammalino di una malattia che espone la collettività al rischio di un’epidemia vengono ricoverati (che lo vogliano o no) e curati fino a che esista il rischio che possano diffondere la malattia: un tempo veniva chiamato “quarantena”).

Il T.S.O. psichiatrico dovrebbe servire a rendere possibili delle cure quando la situazione psichica dell’individuo è tanto alterata da portarlo a rifiutarle. In questo senso, un individuo viene ricoverato perché sta male e viene ricoverato per essere curato e restituito al suo ambiente familiare e al tessuto sociale nel tempo più breve possibile, prescindendo dalla sua volontà personale.

Ma qui sorgono una serie di problemi tecnici, filosofici, logici e formali: poiché il T.S.O. non può essere effettuato perché il paziente è “pericoloso per sé e per gli altri”, vito che questa ipotesi della novella è stata abolita già nel 1978, in virtù di quale diritto o dovere costituzionalmente sancito, l’individuo viene “curato” i modo “coercitivo”, soprattutto in virtù di un “diniego informato”?

DAT e TSO

Per quanto riguarda il Trattamento Sanitario Obbligatori, resta quindi valida ed efficace la novella del DAT che tutela la salute individuale e che permette agli individui di prevedere delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, anche per evitare il TSO.

Infatti, rispetto alla tutela alla salute personale e l’applicazione e validità del DAT, non possono essere considerate valide o applicabili le limitazioni previste dal nostro ordinamento che vietano atti di disposizione del proprio corpo che “cagionino una diminuizione permamente della integrità fisica ovvero siano contrari alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume” (all’art. 5 c.c.) e, neppure, le indicazioni al secondo comma dell’art. 32 Cost., (che regola i rapporti tra il singolo e la collettività, e viene spesso richiamato per trovare una motivare trattamenti sanitari obbligatori).

Per ciò che concerne poi l’art. 5 c.c., esso pone un limite che non rappresenta un principio assoluto, infatti, per conseguire il benessere psicofisico, il paziente ha il diritto di sottoporsi ai trattamenti sanitari ritenuti più efficaci per la salvaguardia individuale. del resto, se il diretto interessato può disporre del diritto all’integrità psicofisica nei limiti in cui essa sia funzionale a finalità terapeutiche, la ratio dell’applicazione del  suddetto articolo, per logica giuridica, deve essere circoscritta agli atti che non siano rivolti alla tutela della propria salute.

Quanto alle indicazioni del comma 2 dell’Art. 3 della Cost., la Suprema Corte, già dalla  sentenza n. 307 del 1990, ha affermato che un TSO può essere imposto solo nella previsione che esso “non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili”.

Infatti, citando la suddetta sentenza:

La legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’articolo 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi sia assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”

Del resto, già nella famosa Legga Basaglia (del 13 maggio 1978, n. 180. “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”), il legislatore all’art. 1 precisava che il carattere coercitivo di un trattamento non potrà mai comprimere o pregiudicare l’esercizio “dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione”, quindi, un Trattamento Sanitario Obbligatorio non può mai negativamente incidere né sulla capacità di diritto privato, né sulla capacità di diritto pubblico del paziente.

 

 

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